Il Parco Naturale della Maremma

Il Parco Naturale della Maremma

L’ingresso del parco è in località Alberese. Il nome deriva dall’antico monastero di S. Maria in Monte Alborense, i cui grandiosi ruderi sono attualmente compresi nel territorio del parco. La storia di quest’area, difficile da sfruttare nel passato perchè paludosa, come buona parte della Maremma, è esemplare: dopo secoli di abbandono, conobbe una lunga fase di recupero grazie agli interventi lorenesi, volti al risanamento idro-geologico, economico e sociale della Maremma. In particolare, per volontà di Leopoldo II, si dette vita ad un’intensa opera di bonifica della pianura, continuata dal figlio Ferdinando, dopo l’Unità d’Italia, e proseguita ininterrottamente sino agli anni Cinquanta del secolo scorso; si provvide a canalizzare la zona per lo scolo delle acque (si ricorda in particolare il canale essiccatore presso la foce dell’Ombrone), venne impiantata la pineta di circa 600 ettari e si introdussero le prime macchine agricole. Lo stesso Leopoldo II acquistò l’azienda di Alberese, che divenne un modello di gestione aggiornata ed efficiente. Più tardi, nel 1902, venne introdotta la mezzadria per razionalizzare lo sfruttamento del territorio. Dopo la prima Guerra Mondiale, l’azienda fu espropriata dal governo italiano, che nel 1926 ne affidò la gestione all’Ente Opera Nazionale Combattenti che ebbe il compito di completare l’opera di bonifica. Infatti, nonostante che i lavori fossero stati intrapresi da tempo, il territorio era ancora prevalentemente composto da paludi permanenti con aree a macchia, a bosco e a pascolo. Grazie all’impegno di decine e decine di famiglie provenienti dalle regioni venete, che qui si stabilirono, dando origine ad una vera e propria isola etnica, venne attuato un grandioso programma di bonifica integrale. Frutto di questo grande impegno fu una radicale trasformazione del paesaggio, oggi caratterizzato da vasti appezzamenti di terra ben curati e produttivi. Dal 1978 la tenuta di Alberese è passata alla Regione Toscana. L’ultimo retaggio dell’ambiente palustre è oggi visibile nella parte nord del parco, a partire da Principina a Mare. Oggi questa zona, non costituendo più un pericolo, rappresenta uno degli spettacoli più affascinanti della natura: si tratta di un ecosistema ricchissimo di produzione organica, in cui trovano il loro habitat molte specie animali e costituisce il luogo privilegiato di sosta e di cova per branchi di uccelli. Flora e fauna convivono qui in un equilibrio perfetto: lungo le acque stagnanti si ammirano giunchi, canne e cisti, che molto spesso costituiscono il riparo prediletto di volatili o altri animali. Uccelli rari, come il cavaliere d’Italia, il germano reale e molti altri ancora trovano qui il cibo necessario al loro sostentamento. Inoltre qui sostano, per riposarsi dei loro lunghi viaggi, uccelli migratori di ogni genere. Nel Parco si trovano numerosi canali di bonifica, fra i quali il già citato canale essiccatore che, raccolte le acque della conca bonificata di Alberese, si immette proprio nella foce dell’Ombrone. Sulle sponde dei canali si ammira una grande varietà di vegetazione, nella quale si nascondono testuggini e bisce d’acqua. La stessa ricchezza faunistica si registra anche nel più pulito tra i fiumi della Toscana, l’Ombrone, vero paradiso per pescatori. L’attività della pesca è tuttavia sottoposta ad una rigida regolamentazione secondo la quale soltanto un numero limitato di pescatori (sessanta sui sei km di sponda) può dedicarsi al proprio hobby. Fra l’Ombrone e la punta di Collelungo si estende la rigogliosa pineta dell’Alberese, impiantata nel 1844 su terreni precedentemente palustri. Alle spalle si ergono i Monti dell’Uccellina, che nel passato costituivano un’isola, come testimonia l’abbondante presenza di pietre calcaree. Sono percorsi internamente da numerose grotte, scavate dall’erosione e comunicanti fra di loro: in una di queste, la Grotta della Fabbrica, sono stati rinvenuti ossa e attrezzi risalenti al Paleolitico; costituiscono un raro esempio di ambiente incontaminato: i rilievi sono ricoperti dalla rigogliosa vegetazione della macchia mediterranea, fra cui spiccano il lentisco e il corbezzolo. Nelle poche radure, originate da incendi o tagli, crescono bassi arbusti profumati, come l’erica e il rosmarino, che diffondono il loro aroma per tutta l’area. Non insolito veder pascolare branchi di cinghiali o piccoli gruppi di daini, anche di giorno.
Sulle rocce si aggrappano le rare palme nane, caratteristiche del territorio. I Monti dell’Uccellina costituiscono l’essenza stessa della Maremma e riuniscono, in un ambiente selvaggio ed intatto, tutta l’asprezza di questa terra, in cui le presenze animali, vegetali e umane, non possono che essere le più resistenti per sopravvivere. Il Parco rappresenta un importante punto di riferimento non soltanto per l’amante della natura, ma anche per chi ama conoscere memorie storiche: sulle cime e lungo i crinali si ammirano torri d’avvistamento risalenti al periodo della dominazione senese e successivamente inglobate nel sistema fortificato dello Stato dei Presidi. Sette sono gli esemplari ancora esistenti: le torri della Trappola, di Castelmarino, di Collelungo, dell’Uccellina, di Cala di Forno, della Bella Marsilia e delle Cannelle. Molte di esse sono legate a leggende che hanno come protagonisti belle principesse e crudeli saraceni.