Il Museo Archeologico e d'Arte

Il Museo Archeologico e d'Arte

Un’ampia selezione dei reperti archeologici di Roselle e di tutta la Maremma è conservata al Museo Archeologico e d’Arte della Maremma in Piazza Baccarini, a pochi passi da Corso Carducci, che di frequente ospita anche mostre temporanee, considerato uno dei più importanti musei della Toscana per qualità e quantità di reperti. La storia del museo comincia nella seconda metà del XIX secolo, quando il canonico Giovanni Chelli, sacerdote senese, iniziò a raccogliere oggetti eterogenei, tra i quali numerose urne cinerarie etrusche di varia provenienza, nella biblioteca da lui aperta nel 1860, senza nessun criterio scientifico. Il primo allestimento basato sul criterio della provenienza dei reperti si deve a Gian Francesco Gamurrini, nella seconda metà dell’Ottocento. Dopo varie vicissitudini, la direzione della Biblioteca-Museo fu assunta da Antonio Cappelli, che trasferì la collezione in Via Mazzini e incrementò la raccolta, oltre che inaugurare il Museo Diocesano nei locali sopra la sacrestia del Duomo (1933). Dopo la sua morte, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale provocò un abbandono del Museo che subì danni e spoliazioni. Nel 1955 il Museo riaprì, ma l’alluvione del 1966 causò nuove distruzioni. Finalmente, nel 1975 fu inaugurata la nuova sede in Piazza Baccarini. L’attuale allestimento, ingrandito e migliorato dopo anni di restauro, risale al 1999.
Il museo si divide in 5 sezioni per un totale di 40 sale in un ambiente luminoso che consente un’ottima osservazione dei reperti. In più è dotato di laboratori di didattica nei quali gli studenti si avvicinano all’archeologia con esperienze pratiche come le simulazioni di restauro. La prima sezione (sala 1) è interamente dedicata all’antica collezione Chelli: si tratta di oggetti molto eterogenei, fra cui urne etrusche di età ellenistica provenienti da Volterra e da Chiusi, decorate con scene mitologiche. Il vero gioiello della sala è senza dubbio una ciotola di bucchero con alfabeto etrusco graffito risalente al VI sec a.C.
All’insediamento di Roselle, il principale sito archeologico della zona, è invece riservata la sezione 2 (sale 2-12), che riveste un ruolo centrale nell’intero allestimento museale, secondo un ordine cronologico dall’epoca preistorica fino alla conquista romana e alla successiva romanizzazione. Il percorso comincia dalla fondazione della città, ed al centro della sala è un plastico che delinea la struttura della pianura grossetana agli inizi del VI secolo a.C., con il Lago Prile su cui si affacciavano le due città di Roselle e Vetulonia. Oggetto di contrasto e di guerre tra le città etrusche essendo pescoso e navigabile, rimase pescoso fin dopo la conquista senese, ma in assenza di opere di canalizzazione si trasformò in palude. I materiali di questa sala provengono dall’area del foro e dalla cosiddetta “Casa con recinto”, dalla collina nord e sud. Essendo impossibile citare tutti i pezzi di rilievo, ci soffermeremo su quelli più significativi, come nella sala 3 i reperti della Casa con impluvium: ampia abitazione del VI sec. a.C., circondata da un’area coltivata, che già aveva un impluvium, che si diffonderà ampiamente in età romana. I reperti sono importantissimi perché relativi alla vita quotidiana degli abitanti, fra cui attingitoi, vasellame, kantaroi (vasi), una tegola, fornelli per la cottura dei cibi.
La sala 4 è dedicata alle necropoli più antiche, con i loro corredi funerari, tra cui la tomba a pozzetto del piccolo Larth con iscrizione: “Io sono la tomba del piccolo Larth” e due belle stele funerarie con figure di guerrieri scolpiti (una in originale e una in calco). Interessanti i reperti della casa ellenistica della collina nord (sala 7), tra cui pesi da telaio, pesi da rete, lo strigile per detergere il sudore, e le ghiande missili, oggettini di piombo a forma di ghianda che venivano lanciati con le fionde. Più oltre si trovano i reperti del periodo imperiale romano (sale 9-12), tra cui belle anfore vinarie e olearie e il tubo di piombo (fistula) con il bollo in rilievo; mentre una piccola sala ospita una ricostruzione delle terme di età adrianea, con il bellissimo mosaico della palestra, oggi perduto.
Nella sala 11 sono conservate le statue della Basilica dei Bassi e dell’Augusteo, con al centro il plastico del foro della Roselle imperiale (I-III d.C.). Infine si visitano le sale relative alla fase tardo-antica, (con una serie di corredi tombali del VI e VII secolo d.C.), per concludere con la fase medioevale del sito. Al piano superiore, la sezione 3 (sale 13-23), anch’essa molto ampia, organizzata in ordine cronologico, espone i reperti archeologici della Provincia dalla preistoria alla tarda antichità. Dall’industria litica del paleolitico, si passa ai materiali di età neolitica, sino a quelli della fine età del bronzo-prima età del ferro (XI-X a.C.), tra cui il bellissimo ripostiglio di bronzi trovato all’Isola del Giglio, località Campese, negli anni ‘50 del Novecento: asce, lance, punte di giavellotto, scalpello, fibule serpeggianti, pendagli per i cavalli, bracciali.
Tra i tantissimi oggetti di gran valore, si segnalano i corredi funerari di Vetulonia, con le splendide urne cinerarie a capanna e biconiche, con copertura ad elmo o ciotola, di età villanoviana (VIII sec. a.C.) e gli oggetti in bronzo, di squisita fattura.
Il periodo orientalizzante (fine VIII - inizi VI a.C.), fase di grande sviluppo economico e di intensi scambi con i paesi del bacino del Mediterraneo, si caratterizza per la presenza nelle tombe gentilizie di oggetti di raffinata manifattura orientale. Da non perdere il famoso cratere dipinto proveniente da Pescia Romana, probabilmente prodotto nella colonia euboica di Ischia di raffinatissima fattura (730-720 a.C.); nella sala 14 si segnala la tomba del Circolo delle Pellicce di Vetulonia: si notino l’elmo, il morso di cavallo (il defunto era un guerriero aristocratico), ma anche l’incensiere, le fibule, i vaghi di collana in ambra, materiale che era acquistato addirittura sul mar Baltico. Il corredo funerario del “Circolo degli Avori” di Marsiliana d’Albegna è veramente sontuoso: gli oggetti pertinenti ad una sepoltura maschile e una femminile, comprendono oggetti in avorio decorati, tra cui il celebre pettine con le sfingi affrontate, la splendida pisside (vaso per unguenti), il cui elegantissimo manico è un fiore di loto aperto, la tavoletta scrittoria, una maschera funeraria d’argento, pendagli, bracciali, e tanti altri oggetti. Nella stessa sala, un’altra vetrina è dedicata a tombe di Vetulonia, con un elmo, collane di ambra, morsi di cavalli e la statuetta in faience azzurra del Dio Bes, dio nano che in Egitto era preposto all’assistenza della nascita del figlio del Faraone e anche in Etruria era utilizzato per la protezione dei neonati.
La sala 16 è dedicata all’Etruria classica (si segnala il corredo di Pari-Casenovole), le sale 17-19 riguardano la fase della romanizzazione, quando la cultura etrusca, che pure persiste in più aspetti (lingua, tradizioni funerarie, scrittura), viene pian piano assimilata da quella romana. Nella sala 18 troviamo delle epigrafi, la Tabula Hebana, da Heba (presso Magliano) e una stele funeraria iscritta in travertino, da Saturnia.
Nella sala 20, dedicata all’età imperiale, è il busto dell’imperatore Adriano (II d.C.) e nella sala 21 si trova l’interessante ricostruzione di un relitto di una nave romana proveniente dall’Africa (III sec. d.C.), trovato nelle acque dell’Isola del Giglio, che presentava un carico quasi completo, con le sue anfore, contenenti garum, una salsa di pesce considerata prelibata a Roma.
Vicino si trovano molte anfore di varia tipologia e provenienza, che testimoniano l’intensità dei traffici marittimi. L’ultima sala di questa sezione (sala 23) è dedicata alle cosiddette “Collezioni”, un gruppo di reperti di incerta provenienza, che mantengono tuttavia un elevato valore estetico e antiquario.
Le dieci sale della sezione 4 (sale 24-34), al secondo piano, costituiscono il Museo d’Arte Sacra della Diocesi, vero e proprio museo nel museo, unito dal 1975 al Museo Archeologico, dove si possono ammirare in ordine cronologico una serie di tavole di soggetto sacro, sculture e oggetti liturgici, dal Medioevo fino al XVIII secolo, tra i quali numerosi sono i pezzi di grande qualità, di cui segnaliamo i principali.
Merita un’attenta osservazione il bellissimo Giudizio Universale, risalente alla seconda metà del XIII secolo, proveniente dalla Chiesa di S. Leonardo: di ottima fattura, permeata di gusto bizantino, questa tavola è stata assegnata alla matura attività di Guido da Siena (Bellosi); rarissima l’iconografia di matrice popolaresca, in cui S. Pietro (nel riquadro in basso a sinistra della tavola), è in atto di aprire con la chiave la porta del Paradiso, seguito dalle anime dei salvati. Da non perdere, inoltre, la celebre Madonna delle ciliegie del Sassetta datata alla metà del XV secolo, di raffinatissima fattura, proveniente dalla Cattedrale. Questa tavola dipinta è considerata uno dei capolavori del pittore senese, sia per la capacità di resa prospettica e di saldezza compositiva, sia per l’intimità del tema: il Bambino, coperto da un velo leggerissimo, sta mangiando ciliegie.
Notevoli anche i Santi Antonio Abate e Girolamo di Sano di Pietro (XV secolo), il Cristo in Pietà di Pietro di Domenico (fine XV sec.), la Madonna di Girolamo di Benvenuto (inizi XVI sec.), la tempera su tavola con Madonna col Bambino (fine XIV sec.) e la Madonna col Bambino e Santi protettori di Grosseto di Ilario Casolani, con una splendida veduta della città a volo d’uccello (1631). Interessanti i frammenti scultorei provenienti dall’esterno della Cattedrale, in parte demoliti durante i restauri ottocenteschi, attribuiti a Agostino di Giovanni (XIV sec.). La visita si conclude nella sezione 5 (sale 35-40) con l’archeologia medievale in Maremma e la storia di Grosseto. Qui sono testimoniate le preesistenze classiche nell’area cittadina e la sua fase altomedioevale. La documentazione bassomedioevale è però la più cospicua e comprende per la maggior parte reperti ritrovati durante gli scavi nella zona della Fortezza Medicea e del Cassero Senese. Non mancano pezzi rinascimentali e oggetti ancora più tardi, come una serie di vasi da farmacia settecenteschi.